Sant’Adalberto di Praga

Vescovo e Martire

Libice, attuale Repubblica Ceca, ca. 956

Tenkitten, Prussia, 23 aprile 997

Il paragrafo II del Commentarius praevius degli Acta Sanctorum, Tomo III del mese di Aprile, edito a Parigi nell’anno 1886, ci fa sapere che le biografie più antiche riguardanti la vita di Sant’Adalberto sono due, entrambe riconducibili alla quasi contemporaneità degli avvenimenti narrati: la più remota, detta semplicemente Vita, scritta sotto l’impero di Ottone III, sembra dopo soli due anni dal martirio del Vescovo di Praga forse per l’occasione della canonizzazione di Sant’Adalberto avvenuta prima del 2 dicembre di quell’anno sotto il pontificato di Silvestro II, ha probabilmente come autore tale Caneparius, monaco benedettino del Monastero romano dei Santi Alessio e Bonifacio, il quale era vissuto per alcuni anni con Sant’Adalberto nel periodo in cui egli si rifugiò a Roma nel medesimo monastero. Questo monaco conobbe anche Gaudenzio, fratello di Sant’Adalberto, dal quale verosimilmente ebbe le notizie di prima mano e certo veritiere; l’altra, più tarda, biografia è di San Bruno de Quefurt ed è nota come Vita Alia di cui abbiamo due versioni, la prima più lunga, redatta o in Italia o in Germania prima del 1004, la seconda, scritta in Polonia intorno all’anno 1008, contiene fatti nuovi soprattutto per quanto riguarda alcuni episodi della vita di Sant’Adalberto riferibili al periodo praghese, in quanto la fonte delle notizie appaiono essere prevalentemente i ricordi del governatore della Città Radla e del Preposto del Capitolo della Cattedrale Velich-Vilicon. Accanto a queste, merita di essere menzionata anche la Passio Sancti Adalberti Martyris, opera scritta verso il 1018, epoca in cui i resti del corpo del Santo Martire erano ancora custoditi nella Cattedrale di Gniezno. L’autore è un tedesco che soggiornò in Polonia dove ebbe modo di reperire numerose notizie, ancora fresche nella memoria dei contemporanei, incentrate in particolare sulle circostanze specifiche della morte del Vescovo: l’opera, infatti, ha conservato il maggior numero di notizie sul martirio.

Le biografie ci dicono che San’Adalberto nacque intorno all’anno 956 a Libice, nel castello paterno, sesto di sette fratelli, da

«un uomo, chiamato Slavnik, nobile e ricco e molto amato dai suoi per l’amore della giustizia e per le opere di carità [...] fedele alla legge divina pur tra i piaceri della vita mondana.»

mentre

«sua madre, di nome Strziezislawa, boema di nascita e di nobile stirpe [...] era di casti costumi, fervente nelle elemosine, concreta nelle opere della fede, onorando così le proprie nobili origini.»

e fu chiamato Vojtech, che significa “consolazione dell’esercito”: probabilmente nelle intenzioni del padre era prevista la carriera militare. Le biografie raccontano però che, ancora lattante, Vojtech si ammalò gravemente ed i genitori presero a disperare della sua guarigione che avvenne miracolosamente e ciò, probabilmente, fece mutare nella mente dei genitori l’originaria intenzione di avviare il fanciullo alla carriera militare. Fu così che, terminati i primi studi, Vojtech, quando ebbe raggiunto il quindicesimo anno di età, venne mandato dal padre nella sassone Magdeburgo a studiare e a ricevere l’educazione necessaria alla programmata carriera ecclesiastica.

La scelta della Sassonia, terra d’origine della dinastia imperiale al potere cui era devota la famiglia di Vojtech, e di Magdeburgo in particolare, dove risiedeva il Vescovo Adalberto amico della famiglia di Slavnik, dovette essere dettata da considerazioni politiche ben ponderate proprio in vista della futura carriera ecclesiastica di Vojtech. In quel luogo, considerando i possibili prestigiosi contatti, non sarebbero di certo mancati attenzioni, cure e appoggi, ed anche una approfondita ed opportuna educazione che solo presso le scuole germaniche o latine poteva trovarsi. A Magdeburgo il futuro Vescovo e Martire visse per nove anni e studiò sotto la direzione dell’aspro e duro maestro Otrik, Rettore della Scuola Vescovile ed uno degli uomini più dotti e noti del mondo culturale del X secolo, tanto da essere chiamato dai contemporanei “il nuovo Cicerone”. Sempre a Magdeburgo il giovane ricevette il sacramento della Cresima, dalle mani dello stesso Vescovo Adalberto: all’atto della somministrazione del sacramento il Vescovo impose a Vojtech il proprio nome, sicché d’ora in poi egli sarà per tutti, anche nei secoli futuri, chiamato con il nome di Adalberto. Al termine degli studi, Adalberto lasciò Magdeburgo e ritornò in patria, era l’anno 981 e Adalberto aveva circa venticinque anni, pronto a percorrere la carriera ecclesiastica per la quale era stato formato ed educato. Fece appena in tempo a riabbracciare il padre, che morirà l’anno stesso; alla guida politica della famiglia succederà suo fratello maggiore Sobeslao.

Ordinato diacono da Titmaro, primo Vescovo della neo Diocesi praghese, Adalberto venne assegnato al clero della Chiesa principale di Praga ed inserito nel Capitolo. Questa nomina e la sua assegnazione alle dirette dipendenze del Vescovo dell’unica Diocesi boema, che era come ogni Diocesi dell’epoca un centro di potere anche politico, oltre che ecclesiastico, fu probabilmente il risultato di un compromesso politico: la nomina ad una carica ecclesiastica di un certo rilievo per quei tempi, visto il prestigio e il potere che comportava, sovente era frutto di studiati accordi tra le famiglie di rango e, nel caso di Adalberto, la regola di certo non subì eccezioni. La sua nomina a diacono e il suo inserimento nel Capitolo della Diocesi dovette costituire solo il primo passo in vista di ulteriori tappe per una carriera ecclesiastica già programmata. Le fonti biografiche ci dicono che Adalberto era dedito alla vita mondana, alla spensieratezza e ai piaceri della vita, amante della pompa esteriore con cui di solito amavano circondarsi i potenti e gli ecclesiastici di rango, e di cui il popolo non si scandalizzava affatto, Adalberto è descritto come un uomo

«[...] persino licenzioso, che si perde nelle delizie terrene e si trastulla in puerili giochi, mangia e beve».

Probabilmente egli godeva, all’interno del Capitolo, di particolari libertà ed attenzioni, così come è possibile che gli fossero state attribuite anche mansioni di un certo rilievo, in considerazione della sua nobile nascita; egli, come del resto tutti i canonici, seguiva il Vescovo Titmaro e tale vicinanza sarà per il ventiseienne Adalberto motivo offerto dalla Provvidenza per l’improvviso e totale cambiamento della sua vita; Adalberto, infatti, assistette alla morte del suo Vescovo, avvenuta a Praga il 2 gennaio 982 e così descritta dalla Vita di S. Adalberto Vescovo di Praga, Apostolo di Polonia, Ungheria, Boemia, Russia e Martire stampata a Venezia nel 1727:

«Adalberto gustava già i piaceri della voluttà e cominciava a cercare la gloria del mondo; ma non fu lungo il suo traviamento e la morte del Vescovo di Praga, alla quale si trovò presente, fermò i di lui disordini. Questo infelice prelato vicino a spirare vide i Demoni sotto orribili figure, che aspettavano il fine della di lui vita per strascinarne l’anima allo inferno. Questo aspetto, e molto più quello delle sue colpe, gli fecero dire queste parole interrotte da mille sospiri: Disgraziato che io sono! Quale strano cambiamento da quello ch’io era in quello che or sono! Volesse Dio che, in vece della sedia che ho sì indegnamente occupata, avessi passati i miei giorni in alcuna rimota solitudine piangendo i miei peccati e scancellandoli con una seria penitenza; il tempo passato non ritornerà più in me. Io sono irreparabilmente perduto, precipito nell’inferno dove il sangue di Gesù Cristo non opera la redenzione degli schiavi, che ivi sono in catene. La memoria dell’onore, delle ricchezze, de’ piaceri, da me fatti miei idoli, sarà sempre il mio tormento. O vanità bugiarda che mi hai sedotto! Ah! Che io mi prometteva lunghi anni e non posso impetrare un momento. La morte mi ha sorpreso quando meno vi pensava. Avrei alcuna speranza di soddisfare al mio Giudice con un vero pentimento se non avessi a rispondergli che per le mie colpe. La moltitudine di quelle del mio popolo mi opprime. Ben conobbi che egli non segue altra legge che quella della di lui concupiscenza, che il Demonio è il suo Padrone ed io mi tacqui. Infelice me! Per quella ragione io sono dannato. Le fiamme divoratrici dello Inferno mi arderanno per sempre, senza che io possa nella eternità di secoli infiniti e tra tormenti inesplicabili ottenere un momento di riposo. Spirò proferendo queste ultime parole. Non può spiegarsi il giusto timore che un fine sì disgraziato cagionò nell’anima di tutti gli astanti; ciascheduno impallidì per lo spavento [...] Il giovane Adalberto presente allo spettacolo non solo fu sorpreso dal timore, ma tocco da un vero pentimento delle passate sue colpe. In quella stessa notte si vestì di ciliccio, pose la cenere sul suo capo e visitò tutti i santuari della Città per domandare a Dio misericordia. La sua conversione operatasi in un momento, come quella del grande Apostolo, imita le circostanze della medesima; imperciocchè, se fu subitanea, fu anche intera e perseverante. Dio lo dispose in quello stesso momento a servire utilmente alla Chiesa e gli apparecchiò gli esercizi di pazienza che lo fecero capace del martirio».

Dopo la morte del primo vescovo di Praga, le fonti ci dicono che la scelta del successore cadde su Adalberto che quando venne eletto vescovo aveva appena ventisette anni e non aveva ancora raggiunta l’età richiesta dalla legge ecclesiastica; non sappiamo se questa scelta fosse stata a lui gradita, né se egli avesse partecipato attivamente in qualche modo per provocarla o favorirla. Dalle biografie possiamo ricavare che Adalberto in quel momento era orientato al perseguimento di ideali ascetici e spirituali, piuttosto che alla ricerca del potere e degli onori, ma ciò non significa che egli non abbia comunque potuto accettare di buon grado la nomina offertagli. Certo, nella elezione, vista la posta in gioco per gli equilibri politici, dovettero pesare molto la posizione di potere e di prestigio di cui godeva la famiglia, ai cui interessi la nomina a vescovo di un proprio familiare non poteva dirsi di certo estranea. Caneparius ci informa che la nomina avvenne nel giorno di domenica e che fu il risultato di una comune volontà sia del popolo che dei potenti.

Secondo il diritto di allora, la semplice elezione non era sufficiente ad immettere l’eletto nella pienezza della carica, occorrevano l’investitura e la consacrazione: Adalberto partì, dunque, da Praga per l’Italia dove, a Verona, ricevette l’investitura il 3 giugno del 983 direttamente dalle mani dell’Imperatore Ottone II, che era reduce dalla campagna militare contro i Saraceni. In quello stesso mese, nel giorno dei Santi Pietro e Paolo, nella medesima città di Verona l’Arcivescovo di Magonza Willigis lo consacrò Vescovo.

Adalberto non rientrò subito a Praga, ma da Verona si recò a Pavia, dove volle incontrare l’Abate di Cluny Majolo, che in quel tempo era il massimo rappresentante della riforma monastica che i benedettini stavano portando avanti in tutta l’Europa e che incominciava a dare i suoi frutti per la rinascita spirituale e culturale della Chiesa ed anche della società civile. Il colloquio di Adalberto con il monaco benedettino più famoso e prestigioso del momento valse senz’altro a rafforzare in lui i propositi della conversione seguita alla morte tragica del Vescovo Titmaro e certo corroborò la sua trasformazione e maturazione spirituale. Questo colloquio è chiara testimonianza della solidità della conversione operatasi in Adalberto, che aveva aderito alla spiritualità benedettina. Quando Majolo incontrò a Pavia Adalberto, certo non mancò di interessarlo ulteriormente agli ideali cluniacensi e la forte eloquenza dell’Abate, unita al carisma della sua personalità, dovette lasciare nel neo-eletto vescovo un’impronta indelebile. Per tutto il resto della sua vita Adalberto fu, soprattutto, un monaco benedettino dalla spiritualità cluniacense.

Finalmente Adalberto ritornò a Praga e vi entrò come vescovo. Il ritratto che risalta da queste notizie è quello di un vescovo attento alle necessità del popolo, alieno dalle pompe ufficiali e intensamente conscio dei propri doveri sacerdotali e pastorali. Adalberto è rappresentato come un vescovo che rifugge dalle esteriorità mondane che la carica gli avrebbe permesso e che nella mentalità e nei costumi del tempo erano frequentemente connessi con il potere anche temporale, che il vescovo esercitava e di cui godeva. Adalberto governò la sua Diocesi per sette anni e i biografi mettono in evidenza che egli trovò sul suo cammino molti ostacoli sia da parte dei potenti che da parte del clero. Quest’ultimo cominciò ad opporsi al suo vescovo per i reiterati tentativi che questi faceva di moralizzarne la vita ed i costumi, avendo Adalberto iniziato vivamente a combattere soprattutto contro la pratica del concubinato e del matrimonio dei preti. Il contrasto si fece sempre più aspro e la contrapposizione via via più dura. I biografi riferiscono che i nobili incitavano i preti a non ascoltare le esortazioni del vescovo ed i preti, scontenti delle riforme ecclesiastiche e protetti dai nobili, incitavano i ricchi a non pagare al vescovo le decime. L’altro contrasto, che oppose Adalberto alla nobile e ricca classe boema, fu la questione della vendita agli ebrei di prigionieri di guerra cristiani: a quei tempi Praga era, infatti, uno dei più grandi mercati di schiavi d’Europa e gli ebrei del posto rifornivano i mercati arabi di merce umana. Contro questa odiosa pratica si levò aspramente il Vescovo.

La lotta con il clero e con i mercanti fu, tuttavia, vana, tanto che, trovatosi in grosse difficoltà, Adalberto fu costretto a lasciare Praga. Le biografie sembrano accreditare la tesi che Adalberto si risolse ad abbandonare la sede del suo vescovato per l’ostilità derivante dalle sue posizioni in ordine alla moralizzazione del clero e alla lotta contro il mercato degli schiavi ma di certo qualcosa di più grave e radicale deve essersi verificato se Adalberto si risolse a prendere una decisione molto grave come quella di abbandonare la sede pastorale di sua iniziativa e senza il consenso papale. Le ragioni vere devono essere ricercate in motivazioni di ordine politico che fecero maturare nel Vescovo Adalberto l’idea che il suo permanere sarebbe stato, non solo inutile, ma forse anche dannoso per la pace del Paese. Quindi, quando il contrasto risultò insanabile, Adalberto, che aveva tentato di risolverlo offrendo addirittura la propria carica, ebbe coscienza che la sua azione pastorale non avrebbe avuto più alcuna possibilità di realizzarsi. Da qui, con realismo, la decisione di allontanarsi da Praga per recarsi a Roma: era l’anno 990.

Il vescovo raggiunse Roma, in compagnia del fratello Gaudenzio, con lo scopo di informare il Papa dell’accaduto, chiedergli di accettare le sue dimissioni da vescovo e autorizzarlo a compiere un pellegrinaggio in Terra Santa, dove desiderava stabilirsi. Il Papa non accettò le dimissioni, ma gli permise di compiere il viaggio e di dedicarsi alla vita ascetica. Dimesso l’abito vescovile, Adalberto si recò al Monastero romano dei Santi Alessio e Bonifacio, rinunciando al suo viaggio in Oriente. Le fonti tacciono sul perché egli si risolse a non intraprendere più il viaggio in Terra Santa, ma questa decisione scaturì probabilmente a seguito dei colloqui avuti con il monaco greco Nilo già ultraottantenne e famoso per il suo ascetismo, che lo convinse a rimanere in Italia e a perfezionare nel monastero romano la propria vocazione e spiritualità benedettina, piuttosto che recarsi lontano e condurre una vita eremitica che non gli si confaceva. Questa Abbazia, che si trovava sul colle Aventino, rappresentava in Italia uno dei fulcri del movimento di riforma del monachesimo benedettino e l’Abate Leone, priore del monastero, era uno dei principali propagatori di questo movimento di riforma. Nel monastero Adalberto fece ingresso come semplice monaco, rinunciando a qualsiasi particolare dignità, ben conscio di quali fossero i doveri di un monaco benedettino; i biografi descrivono la vita di Adalberto nel monastero, mettendone in evidenza l’umiltà, l’obbedienza e la stretta osservanza della regola benedettina. Sul colle Aventino Adalberto visse nascostamente e umilmente fino al 995 nel monastero dei Santi Alessio e Bonifacio e qui finalmente riuscì a realizzare il suo ideale di ascesi e di vita contemplativa secondo la regola di San Benedetto.

Ma nel 995 giunse a Roma una ambasceria dalla Boemia con l’intento di reclamare al Papa il ritorno a Praga del Vescovo. Non sappiamo con certezza perché si giunse all’invio della ambasceria, probabilmente la situazione interna del paese era nel frattempo cambiata ed erano venuti meno i motivi che avevano costretto Adalberto ad abbandonare due anni prima la sua sede. Nella lettera si invocava non solo il ritorno, ma si prometteva che, se il vescovo fosse rientrato, il popolo avrebbe emendato la propria condotta. Nella Vita Alia, San Bruno de Quefurt scrive che Adalberto tentò di opporsi al ritorno ma il Papa convocò un Sinodo che gli ordinò di ritornare. Adalberto aveva forti dubbi sulla sincerità della richiesta e, ben conoscendo la città, i suoi capi ed il popolo, nutriva timori sull’opportunità del proprio rientro; egli, costretto dal Sinodo, per il suo ritorno pose due condizioni: la prima fu che il popolo si impegnasse ad emendare i costumi e si adeguasse alle disposizioni della legge divina; la seconda fu che gli fosse consentito di fondare nei pressi di Praga un monastero benedettino aperto alle riforme ecclesiastiche. Si può comprendere come ad Adalberto stessero a cuore fondamentalmente due cose: che gli fosse assicurata la libertà di azione pastorale e che nell’espletamento di questa azione egli potesse giovarsi di monaci a lui fedeli e capaci di sostenerlo nell’attività di evangelizzazione da lui considerata l’unica capace di rinnovare i costumi della gente. Queste condizioni furono accettate e su questi presupposti egli si decise a partire.

Durante questo secondo periodo praghese, Adalberto si prodigò specialmente in una intensa opera missionaria rivolta in particolare all’Ungheria, l’opera di cristianizzazione condotta da Adalberto fu capillare e massiccia ed egli si giovò di molti monaci benedettini che fondarono chiese e monasteri, molti dei quali giunti dall’Occidente al suo seguito dopo il ritorno a Praga. L’attività missionaria di Adalberto si diresse anche nei confronti della Slovacchia, che era parte integrante della sua Diocesi e che costituiva una naturale base di partenza per le terre magiare. Se la promessa di moralizzazione non era stata mantenuta, tuttavia le fonti ci fanno memoria che Adalberto venne accolto bene dalla popolazione e dalla classe dirigente, la quale mantenne, invece, la promessa di permettere la fondazione di un monastero benedettino vicino a Praga. Questo monastero, tuttora esistente, venne fondato a Brevnov, sulle colline che circondano Praga, e la sua chiesa venne consacrata dal Vescovo Adalberto il 14 gennaio 996. Il monastero era consacrato alla Vergine Maria, a San Benedetto e ai Santi Bonifacio ed Alessio e tutto ciò manifesta il legame che legava il presule ai suoi trascorsi romani e alla spiritualità cluniacense. Adalberto soggiornò spesso nel monastero di Brevnov, traendone godimento spirituale e vi si rifugiò ogni qual volta desiderava essere solo e continuare la propria esperienza monacale. Di certo, il monastero di Brevnov fu punto di irradiazione per l’attività missionaria del Vescovo e la costante presenza di lui in esso ubbidiva alla necessità di coordinare le attività dei monaci missionari e di soddisfare il suo bisogno di osservanza della regola benedettina dell’ora et labora.

Non sappiamo perché, ma presto l’antico odio della classe dominante nei confronti del Vescovo riprese e questi decise di abbandonare nuovamente Praga e ritornare a Roma nel suo convento sull’Aventino dopo l’episodio di una donna uccisa in Chiesa. Evidentemente dietro quell’episodio c’era dell’altro e le ragioni profonde vanno ricercate nel sorgere di nuovi contrasti politici tra le influenti famiglie Boeme che portarono, questa volta, ad una guerra aperta e senza esclusione di colpi che si concluse poco tempo dopo con la distruzione del castello di Libice ed il totale annientamento fisico di tutta la famiglia di Adalberto, si salvarono solo il Vescovo, che nel frattempo era giunto a Roma, e suo fratello Gaudenzio che lo seguì. Un altro fratello, Boleslao, sfuggì allo sterminio, perché si rifugiò in Polonia. Anche in questa tragica occasione il Vescovo vide con chiarezza come stavano le cose e l’abbandono della Diocesi fu determinata dall’impossibilità di governarla e di salvare la propria stessa vita. Adalberto non avrebbe più rivisto la sua Praga, vi sarebbe ritornato soltanto nel 1038, venerato come Martire e Santo.

La speranza di Adalberto di rimanere nella pace del chiostro sull’Aventino non si realizzò neanche questa volta: il suo metropolita, l’arcivescovo di Magonza Willigis, reclamò di nuovo il rientro del vescovo a Praga, forse sperando che un ritorno del presule nella sua terra potesse rimediare in qualche modo alla situazione ed evitare ulteriori spargimenti di sangue tra le opposte fazioni. Il Papa Gregorio V non poteva non dare ragione a Willigis che ribadiva come Adalberto si fosse allontanato per la seconda volta senza il suo permesso e senza aver chiesto prima licenza al pontefice. Anche l’Imperatore Ottone III, amico di Adalberto, non era in grado di opporsi alle insistenze dell’arcivescovo di Magonza, per cui fu indetto un nuovo sinodo che stabilisse il da farsi. Adalberto nuovamente si sottopose alla decisione del Sinodo ma riuscì a strappare al Papa e al Sinodo stesso la promessa che, se dalla Boemia gli fosse giunta notizia che il suo ritorno in patria non era gradito, egli avrebbe compiuto una missione presso popolazioni pagane. E, infatti, a Magonza gli giunse la notizia che i Boemi non desideravano il suo ritorno: la missione finalmente diventava realtà.

Prima di avviare la sua missione verso l’Est, Adalberto si trasferì in Polonia, dove venne accolto a braccia aperte dall’intraprendente duca Boleslao il Coraggioso, che voleva trattenerlo presso di sé ed avrebbe voluto che Adalberto si prodigasse in una missione di penetrazione evangelica presso la sua gente ma il prelato si fermò in Polonia il tempo strettamente necessario per organizzarsi e mettere a punto un progetto missionario, perché le sue intenzioni andavano altrove. Durante questo soggiorno, tuttavia, Adalberto visitò molti luoghi e sviluppò una intensa attività religiosa. Alcuni storici sostengono che il progetto iniziale missionario di Adalberto fosse rivolto verso la popolazione dei Liutizi, che già conosceva in quanto erano stati più volte alleati militari dei Cechi ma a distogliere il prelato da questa direttiva fu Boleslao il Coraggioso, al quale interessava piuttosto, per ragioni politiche, una penetrazione verso le terre prussiane e questo tipo di politica era gradita anche all’Imperatore Ottone III.

Adalberto partì per Danzica, conquistata dai Polacchi nella primavera del 997, scortato dai soldati di Boleslao. Da qui per via mare si diresse all’interno del territorio in piena regione prussiana. Egli vi giunse probabilmente risalendo uno dei molti bracci del fiume Vistola e sbarcò in un’isola deserta della laguna, dove assieme al fratello Gaudenzio ed al giovane monaco Benedetto venne lasciato dalla scorta, che si ritirò. La circostanza che Adalberto sia stato abbandonato dalla scorta fa supporre che la missione dovesse essere esclusivamente spirituale e pacifica e che nelle intenzioni non ci fosse l’intenzione di una spedizione militare: la penetrazione nella regione e la conversione delle popolazioni dovevano essere esclusivamente affidate alla persuasione del messaggio e non alla forza. Ritiratasi la scorta, Adalberto ed i suoi due compagni si presentarono in un villaggio sito sull’isola nella quale erano sbarcati, gli abitanti del luogo circondarono subito i nuovi venuti con fare minaccioso e li respinsero con fruste e pugni. Passarono la notte ospitati da un simpatizzante che accolse i missionari nella propria casa. Questo fatto ci manifesta che in quelle regioni già viveva qualche cristiano e che sulla cui presenza forse avevano fatto affidamento i missionari per avere appoggi ma i cristiani dovevano essere una minoranza esigua che non contava e non aveva alcun credito tra la gente e probabilmente non erano neanche Prussiani, ma commercianti giunti da altre parti. Attorno alla casa in cui erano ospitati si radunò una folla che iniziò a minacciare di morte il gruppetto degli stranieri e i tre uomini vennero scacciati e si nascosero per cinque giorni rifugiandosi in qualche capanna. Dopo alcuni giorni di esitazione, durante i quali Adalberto avrà senz’altro meditato se interrompere la missione o proseguirla, la decisione che ne scaturì fu quella della continuazione: era l’alba del 23 aprile 997. Improvvisamente un manipolo di soldati pagani, guidati da un sacerdote, uscì da una boscaglia e piombò sui tre che vennero immobilizzati ed incatenati, subito il sacerdote pagano, di nome Sicco, scagliò contro Adalberto la sua lancia, trafiggendolo nel petto. Emulando il gesto del capo, tutti i soldati si scagliano su Adalberto ed affondano i loro colpi, straziandone il corpo, sul corpo del martire si contano sette ingenti ferite. Quale ultimo scempio, ad Adalberto viene mozzata la testa che, issata sopra un’asta, viene infissa sul terreno a guisa di trofeo. Ai compagni non viene torto un capello. Anzi, vengono liberati e lasciati andare. Qualche giorno dopo passò per quei luoghi un pellegrino che seppellì il corpo del Santo, ne raccolse la testa e la portò a Gniezno dal duca Boleslao che provvide a riscattare a peso d’oro dai pagani il corpo di Adalberto e lo trasportò in una cappella nei pressi di Gniezno.

Subito dopo la morte incominciò una prodigiosa opera di diffusione del culto del Vescovo morto per mano dei pagani ed il maggior propagatore ne fu, oltre al duca polacco Boleslao, lo stesso Imperatore Ottone III. Subito si diffuse anche la venerazione popolare e si incominciò a parlare di miracoli ottenuti per intercessione di Adalberto. La fede popolare, specie in Polonia, Ungheria e Boemia, annoverò subito un nuovo Santo. La proclamazione della santità di Adalberto avvenne, secondo le regole in uso all’epoca, attraverso la traslazione del suo corpo prima in un convento di monaci agostiniani e, poi, solennemente nella Cattedrale di Gniezno con la presenza del Principe, del Vescovo, di tutti i chierici e di gran concorso di popolo. Questo fatto, che avvenne subito dopo la morte, testimonia che il riconoscimento della santità avvenne immediatamente dopo i fatti del martirio ed indica, nel contempo, quanto fosse grande la considerazione che di lui avevano già in vita i contemporanei. Il martirio fu un evento che suggellò una devozione già in atto, che Adalberto si era conquistato con tutto il suo comportamento da vivo, non ci fu, pertanto, alcun processo formale di canonizzazione, né alcuna pronuncia papale: la vox populi della santità di Adalberto coincideva con la vox Dei. Nel 1038 i Boemi invasero la Polonia, misero a ferro e a fuoco Gniezno, si impossessarono delle spoglie di S. Adalberto e giubilanti le trasferirono a Praga, dove oggi sono conservate e venerate nella Cattedrale di S. Vito, a distanza di quasi mille anni quell’avvenimento viene ancora ricordato e celebrato dai Cechi. Ma quando il corpo di Adalberto venne portato a Praga, egli già era per tutti Sant’Adalberto.

 

Bibliografia:

- G. Busilacchio, “Sant’Adalberto – Vescovo di Praga, Patrono di Cormòns” Cormòns, 1997

- Martirologio romano